Gabriele d'Annunzio

da "Le faville del maglio"

A Bologna, in un vespro d'ottobre, con mio padre entrai nella chiesa di Santa Maria della Vita, ch'era tutta parata di damasco rosso, per la musica sacra. Mio padre sedette su una panca, e io mi misi a vagare sotto le due cupole. Tutti i ceri non erano ancora accesi e l'ombra mi esaltava e mi spaventava.
Di sotto all'organo scorsi una scala cupa che discendeva a un cancello chiuso verso la via. Te l'ho detto: per tutto sapere è necessario tutto avventurare. Vinsi il mio brivido, e discesi, pensando che laggiù in una nicchia fonda potesse trovarsi la grande Deposizione di terracotta che la mia zia Maria bizzoca m'aveva mostrata in una stampa. C'era. Intravidi, nell'ombra d'una specie di grotta, non so che agitazione impetuosa di dolore. Ascoltami. Piuttosto che intravedere, mi sembrò esser percosso da un vento di dolore, da un nembo di sciagura, da uno schianto di passione selvaggia. Ascoltami. Non dimenticherò mai quel Cristo. Era di terra? era di carne incorrotta? Non sapevo di che sostanza fosse. Stava supino, rigido, coi piedi eretti incrostati di grumi risecchi, che dovean essere le grossezze del mastice messo lì a restaurare la rottura, nerastri, trafitti dal chiodo che aveva lasciato non il foro ma quasi uno squarcio aspro. Ascoltami. Teneva distese le braccia e le mani conserte su l'anguinaia. Annerata era la faccia ma la barba era ingrommata di non so che bianchiccio.
Infuriate dal dolore, dementate dal dolore erano le Marie.
Una, presso il capezzale, tendeva la mano aperta come per non vedere il volto amato; e il grido e il singulto le contraevano la bocca, le corrugavano la fronte il mento il collo. Ascoltami. Puoi tu imaginare che cosa sia l'urlo pietrificato? Puoi tu imaginare nel mezzo della tragedia cristiana l'irruzione dell'Erinni? La Maddalena certo giungeva di lungi, dopo un'ora o un millennio d'ambascia, in atto di precipitarsi come su una preda agognata. Il suo amore e il suo dolore sembravano smaniosi di divorare.
Un gran vento era nella sua veste: il vento delle cime inaccessibili era nella sua veste, come nei pepli delle Vittorie. Non so. Intendimi. Era una specie di Nike mostruosa, alata di lini. Le bende svolazzanti le facevano alata la testa; i lembi del manto impigliati ai gomiti le sbattevano indietro come vanni. La bocca era dilatata dall'ululo, rappresi erano gli occhi dal pianto, distorte le dita. E, come il tuono di rupe in rupe, il suo lutto si ripercoteva tra la Madre e Maria di Cleofa, si ripercoteva e quasi direi s'imbestiava in quella che, battendosi l'anca, battendosi la coscia, pareva sforzarsi di partorire il dolore, sforzarsi di cacciarlo come si caccia l'infante dalla matrice sanguinosa.
Ascoltami, ascoltami. Non t'ho detto tutto l'orrore. C'era là l'urlo impietrato; e c'era un altro urlo, lacerante, quello che simula il clamore delle partorienti!
Ascolta. La visione sublime e tremenda era a contatto del vicolo lurido, a contatto dell'ignominia plebea. Di fronte, nel vicolo, c'era una beccherìa rossa.
Il beccaio, quando aveva in bottega carne infetta da vendere e voleva frodare i gabellieri, la nascondeva ai piedi del Deposto, gettava nella nicchia della Pietà i quarti di bove graveolenti, le viscere putride. E là, per la porta socchiusa di legno verdastro come la cancrena secca, accorrevano tutti i gatti del vicinato e imperversavano, sotto la lampada fioca dalla moccolaia che putiva nel fetore; strisciavano lungo i muri umidicci, su per la scala grassa; s'arroncigliavano urlando all'urlo impietrato. Intendi? Questo vidi, questo patii.
La carne rossa, la carne da macello e da frode, era là contro la terracotta grigia per la tanta polvere che vi si accumulava e vi s'incrostava in secoli d'incuria.
Pensa: la Pietà pannosa di ragnateli!
La Maddalena ne aveva dietro la benda, Maria di Cleofa ne aveva tra dito e dito. E alla veemenza e alla demenza delle Marie contrastava il raccoglimento composto di Giovanni, pacato in ginocchio, con la mano sinistra nascosta entro la veste, con la destra alla gota. Faceva da fiore dogliente! Tutto riccioluto, tutto riccioli che il nembo della passione furiale e divina non avea sconvolti, l'inspirato capo sembrava sbocciare da una corolla, uscendo su dalle dita chiuse che celavano il mento intiero. Lo vedi?
Men mi spiaceva il discepolo occulto Giuseppe d'Arimatea, saldo, robusto, col suo robone a pieghe, con la sua berretta a gronde, con la sua tanaglia alla cintola, col martello nella man dritta, co' tre chiodi nella manca, simile a un mastro collegiato, simile a un consolo di una delle ventun'Arti.
Ma pensa: non è singolare che Giuseppe d'Arimatea porti le tre iniziali del mio nome?
E, se lieve è il suo pannolino funebre, troppo è pesante quella gran pietra ch'egli rotola in su l'apertura del monumento nuovo tagliato nella roccia.
E pensa quest'altro riscontro, stàdico di Andria. Pugliese, intendi?, pugliese come te era il pollice strapotente e invasato che dalla pietà senza figura, che dalla passione senza figura e non dalla creta informe avea tratto quell'opera di vita per destino assegnata a Santa Maria della Vita ed esposta all'obbrobrio del macello publico. Nicolò dell'Arca o di tua gente.
Ascoltami. Il tuono dell'organo rintronò sul mio capo, improvviso come Io scoppio del temporale, e l'atrio ne tremò come se il nembo del dolore si rinforzasse a scrollarlo.
Risalii la scala; rientrai nella chiesa; cercai mio padre, che si sbigottì rivedendomi così pallido e anelante. Alle sue dimande commosse risposi ponendomi l'indice su le labbra affannate. Il palpito veemente del mio cuore m'assordava così che non distinsi le prime note del mottetto.
Ero divenuto uno strumento nelle mani del musico invisibile. Ero come se il Palestrina inventasse per la prima volta attraverso di me il suo mottetto sublime Peccantem me quotidie.
Oh non so dirti! Forse comprendi, forse tu sai. Te lo dico, te lo dico, fratello: in quel punto io nacqui alla musica. Peccantem me quotidie.
Sì, fratello, ora io credo nella mia favola che è più viva e più vera della mia prima vita.